Category: Ricerca scientifica

1 Marzo 2023 by Andrea Panigada 0 Comments

Il pnrr e la malattia del diabete

Cosa dobbiamo aspettarci dai fondi del pnrr per la malattia del diabete?

Una domanda che spesso si pongono i malati diabetici, medici che cercano rimedi alla malattia, ed enti è proprio quello su quali sono le reali opportunità che il Piano Nazionale Ripresa e Resilienza (PNRR) può garantire per rendere più equo l’accesso alle cure del diabete, accesso che purtroppo risulta essere disomogeneo sul territorio nazionale. 

Negli anni diversi governi hanno tagliato e modificato i finanziamenti al reparto sanitario, ce ne siamo accorti se ce ne fosse ragione durante  l’ esperienza della pandemia da coronavirus (COVID-19) che ha portato alla luce una serie di alcune criticità del sistema sanitario, che ha portato alla riduzione dei volumi di attività diagnostica e all’assistenza dei pazienti con diabete.

Nello specifico possiamo evidenziare:

  • solamente il 30% delle persone con diabete in Italia riceve una assistenza specialistica, con la consulenza specifica di dietisti che porti all’ accesso a dei percorsi di educazione terapeutica;
  • vi sono differenze nell’assistenza tra le varie regioni;
  • l’assistenza fornita dagli specialisti al malato diabetico risulta non essere completa e incisiva che porta all’isolamento dello stesso.

Bisogna seriamente pensare che l’aumento di patologie croniche come il diabete, con il paziente che lamenta vulnerabilità e fragilità, obbliga a tutti a ripensare il rapporto che lega l’ assistito, lo specialista e il territorio, migliorando le strutture esistenti e informatizzandole per ottenere una cura più efficiente del diabete.

Le complicanze buracratiche e amministrative hanno portato ad un rallentamento e difficoltà alle cure, che devono essere assolutamente accelerate per curare le complicanze della malattia.

Il presidente uscente della SID, prof. Agostino Consoli ha dichiarato che vi sono delle proposte che portano alla valorizzazione dell’assistenza alle persone con diabete:

  • Bisogna investire necessariamente in nuove risorse, ma partendo da un utilizzo più efficace delle risorse esistenti.
  • Bisogna potenziare i centri che garantiscono una alta professionalità e  confluire tutti gli operatori di un territorio dediti all’assistenza al diabete.
  • Gli operatori bisogna che in questi centri, per supportare il malato diabetico trovino tutto ciò che è necessario per la cura partendo da un efficace screening delle complicanze diabetiche, prestando attenzione alla loro opera (magari con opportuna turnazione ed organizzazione) presso ambulatori ritenuti più periferici e più vicini al domicilio del paziente.
  • Collaborando e integrandosi con i Medici di Medicina Generale che si possono avvalere delle esistenti reti informatiche per le comunicazioni e la condivisione dei dati.”

10 Aprile 2022 by Andrea Panigada 0 Comments

Ricerca sul diabete tipo 1: scoperto un meccanismo che causa la morte delle cellule beta del pancreas e come disattivarlo

Uno studio internazionale del Centro di Ricerca Pediatrica Romeo ed Enrica Invernizzi dell’Università Statale di Milano – in collaborazione con altri centri tra cui l’Università di Pisa e la Harvard Medical School di Boston – ha identificato un meccanismo che determina la perdita di beta cellule del pancreas (le cellule produttrici di insulina) in corso di diabete, scoprendo anche come disattivarlo per via farmacologica. Nel parliamo con il prof. Paolo Fiorina*, professore ordinario di Endocrinologia, direttore del Centro di Ricerca Internazionale sul Diabete di tipo 1 presso il Centro di Ricerca Pediatrico Invernizzi, Milano e con la prof.ssa Francesca D’Addio**, ricercatrice, docente di endocrinologia e primo autore dello studio pubblicato su Nature Communications, una delle più prestigiose riviste in ambito di medicina sperimentale con applicazione clinica.

La distruzione delle beta-cellule del pancreas è il nodo cruciale del diabete tipo 1

“Come noto, il diabete mellito di tipo 1 è una malattia autoimmune che colpisce soprattutto bambini e adolescenti ma anche adulti. In questi soggetti, il sistema immunitario distrugge progressivamente o in toto le beta-cellule del pancreas endocrino§, responsabili della produzione e secrezione di insulina che regola i livelli di glucosio nel sangue (glicemia). È quindi necessario che l’insulina venga iniettata dall’esterno quotidianamente e per tutta la vita. Al momento non esiste ancora una strategia terapeutica efficace per preservare le cellule beta pancreatiche. La ricerca è in grande fermento in quest’area” afferma il prof. Paolo Fiorina, direttore del Centro di Ricerca Internazionale sul Diabete di Tipo 1 presso il Centro di Ricerca Pediatrico Romeo ed Enrica Invernizzi.

§ Per pancreas endocrino si intende la parte del pancreas in grado di secernere nel circolo sanguigno gli ormoni che sintetizza, come insulina, glucagone e altri che si differenzia dal pancreas esocrino che produce enzimi digestivi da immettere nel tubo digerente per la digestione.

“Nelle nostre linee di ricerca, il diabete di tipo 1 la fa da padrone, nel senso che è proprio al centro dei nostri programmi e quindi immaginiamo soprattutto una serie di approcci terapeutici innovativi per la cura della malattia come lo studio appena pubblicato.

Io e il mio team ci occupiamo di ricerca sul diabete di tipo 1 da diversi anni, full time dal lontano 1997-1998, quando mi sono specializzato, quindi sono oltre vent’anni e già nei quattro-cinque anni di specializzazione mi occupavo di immunologia applicata al diabete”.

In condizioni normali, come viene mantenuta l’omeostasi delle beta-cellule pancreatiche?

“La massa e l’omeostasi delle cellule beta pancreatiche sono principalmente preservate e mantenute attraverso un equilibrio dinamico finemente regolato tra proliferazione e morte cellulare. Diversi fattori di stress (per es. gluco-lipotossicità, stress ossidativo e attacco/infiltrazione immunitaria e molti altri) che alterano la funzione delle beta-cellule così come quella dei fattori di crescita e degli ormoni circolanti che consentono la proliferazione, la nutrizione e il rinnovamento delle cellule beta del pancreas, sono stati ampiamente studiati, ma poco invece si sa riguardo al modo(i) con cui si potrebbe prevenire la distruzione/perdita di beta-cellule. Le attuali terapie impiegate per il trattamento del diabete vengono oggi testate per i loro potenziali effetti nel preservare la sopravvivenza delle cellule beta, dato che il mantenimento della secrezione endogena di insulina, anche in misura minima, può comunque migliorare il quadro clinico dei pazienti con diabete.

Negli ultimi anni, tuttavia, un numero crescente di studi suggerisce una strada potenzialmente efficace prendendo di mira specificamente il processo che determina la morte delle cellule beta come meccanismo chiave per preservare il pool di beta-cellule così da prevenire o ritardare l’insorgenza del diabete” sottolinea la prof.ssa Francesca D’Addio.

Quali sono i risultati dello studio? Sono state confermate le vostre ipotesi?

“Grazie alla ricerca condotta insieme ai colleghi dell’Università di Pisa e dell’Harvard Medical School di Boston, abbiamo scoperto che in corso di diabete si instaura un’alterata interazione tra un recettore e il suo ligando, quello che abbiamo denominato “asse TMEM219 – IGFBP3” che è in grado di determinare la morte delle cellule beta del pancreas, quelle che producono insulina, per intenderci. Abbiamo inoltre scoperto che bloccando selettivamente per via farmacologica tale asse siamo in grado di proteggere le beta cellule pancreatiche dalla morte cellulare e di prevenire l’insorgenza di diabete in modelli murini” dichiara la prof.ssa D’Addio.

Ci faccia capire meglio: che cosa sono TMEM219 e IGFBP3?

“TMEM219 è un recettore (“death receptor”) scoperto di recente, la cui espressione rende le cellule più sensibili ai numerosi fattori stressogeni e ne induce più facilmente la morte cellulare programmata (apoptosi) attraverso il legame con il suo ligando, IGFBP3 (Insulin-like growth factors binding protein 3) che fa parte di un complesso proteico di sei proteine denominate IGF binding proteins che agiscono come principale vettore dei fattori di crescita insulino-simile-1 (IGF-I) e IGF-II nella circolazione sanguigna, ma hanno anche un effetto indipendente sulle cellule staminali intestinali che esprimono il recettore TIMEM219” continua la Prof.ssa D’Addio.

“Il ruolo cruciale dell’ IGFBP3 nella modulazione del destino cellulare e della crescita dei tessuti è stato documentato in modelli preclinici in cui è stata osservata una massa beta-insulare ridotta seguita da dis-glicemia in presenza di sovraespressione costitutiva di IGFBP3. Alcuni studi hanno documentato livelli più elevati di IGFBP3 in pazienti con diabete tipo 1 e diabete tipo 2 e in soggetti a rischio di sviluppare diabete così come in studi sperimentali nell’animale (modelli murini) diabetico e pre-diabetico, suggerendo un’alterazione del segnale IGFBP3 – TMEM219 nel contesto del diabete. Ulteriori studi sono necessari”.

“Nello studio pubblicato su Nature Communications, ipotizziamo – e i risultati lo hanno confermato – che IGFBP3 agisca come un regolatore della massa delle beta-cellule pancreatiche legando il “death receptor” TMEM219, che – lo dimostriamo nello studio – è espresso nelle cellule beta delle isole pancreatiche in corso di diabete. L’asse IGFBP3 – TMEM219 che si innesca promuove così la distruzione programmata delle cellule beta. Le cellule in apoptosi subiscono modificazioni morfologiche e biochimiche che portano alla loro frammentazione e ne favoriscono la fagocitosi. È una sorta di suicidio cellulare programmato”.

“Nello studio abbiamo voluto indagare anche se l’inibizione selettiva – farmacologica o genetica – del segnale IGFBP3/TMEM219 sia in grado di proteggere la massa delle cellule beta, facilitarne la proliferazione e quindi ritardare se non prevenire l’insorgenza del diabete, suggerendo una nuova opzione terapeutica per i pazienti che soffrono di diabete ed in particolare di diabete tipo 1”.

Quando in eccesso, la proteina IGFBP3 si comporta come una sorta di tossina circolante per le betacellule (“betatossina”): la sua produzione risulta aumentata in presenza di diabete ed è in parte responsabile della progressiva perdita di cellule beta pancreatiche, attraverso l’attivazione del recettore TMEM219.

L’asse IGFBP3 e TMEM219 modula la sopravvivenza delle beta-cellule

“Il nuovo asse che abbiamo individuato è in grado di controllare il destino delle cellule beta pancreatiche e modularne la sopravvivenza”, sostiene il prof. Paolo Fiorina, direttore del Centro di Ricerca Internazionale sul Diabete di tipo 1 presso il Centro di Ricerca Pediatrico Romeo ed Enrica Invernizzi. “Lo studio mostra come questo meccanismo attivato a livello del pancreas endocrino sia in grado di controllarne la funzione, soprattutto per quanto riguarda le cellule beta deputate alla produzione di insulina. La presenza di un aumento della proteina IGFBP3 nei pazienti affetti da diabete tipo 1 suggerisce che questo fattore possa funzionare come una tossina per la cellula beta pancreatica in corso di diabeteche interagendo con il recettore espresso sulla superficie delle beta cellule TMEM219 ne determina la morte programmata. L’alterazione del segnale IGFBP3/TMEM219 porta alla perdita di cellule beta che producono insulina e contribuisce quindi al danno beta cellulare che si sviluppa in corso di diabete”.

Una conferma a tali risultati deriva dall’inibizione genetica selettiva del recettore TMEM219 presente sulle beta cellule pancreatiche in vivo

“Infatti, l’inibizione genetica e farmacologica dell’asse in questione è in grado di preservare la massa beta cellulare, di prevenire la morte cellulare (apoptosi) della beta cellula e l’insorgenza della malattia in vivo in modelli murini per lo studio del diabete tipo 1La possibilità di ristabilire il controllo dell’omeostasi beta cellulare e prevenire la perdita di beta cellule è di straordinaria importanza per i pazienti affetti da diabete, soprattutto coloro che soffrono di diabete di tipo 1 in cui la distruzione è massiva e rapida e costringe alla necessità di terapia con insulina”, sottolinea il prof. Paolo Fiorina.

Il blocco del danno indotto dall’attivazione dell’asse IGFBP3/TMEM219 rappresenta una futura opzione terapeutica di grande rilevanza clinica per la diabetologia

La comprensione di questo meccanismo e della sua alterazione in corso di diabete apre la strada allo sviluppo farmacologico di nuove molecole volte a inibire l’azione tossica di IGFBP3 sulla massa beta cellulare e preservarne la funzione il più a lungo possibile e quindi la produzione endogena di insulina” aggiunge la prof.ssa D’Addio.

Il prof. Paolo Fiorina conclude ringraziando la Fondazione Romeo ed Enrica Invernizzi per aver reso possibile lo studio e per il continuo e straordinario supporto sulla ricerca scientifica per una cura del diabete tipo 1.

“Questo è un altro successo del Centro di Ricerca Pediatrica-Romeo ed Enrica Invernizzi che si aggiunge a quelli già recentemente presentati”, commenta il prof. Gian Vincenzo Zuccotti, direttore del Centro. “Questo Centro sta dimostrando tanto in questi cinque anni in termini di ricerca traslazionale (che ha come obiettivo la trasformazione dei risultati ottenuti dalla ricerca di base in applicazioni cliniche) così da poter diventare un punto di riferimento per la ricerca scientifica in Italia, un polo all’avanguardia per la cura del diabete di tipo 1”. continua il Prof. Gian Vincenzo Zuccotti. “Senza la collaborazione tra l’Università di Milano e i Dipartimenti Clinici del Polo Ospedaliero Luigi Sacco questo sarebbe stato difficile, impossibile senza il sostegno fondamentale della Fondazione Romeo ed Enrica Invernizzi che continua a sostenerci per fare sempre di più in questo campo di ricerca”.

 Reference

Francesca D’Addio, Anna Maestroni, Emma Assi, Moufida Ben Nasr, Giovanni Amabile, Vera Usuelli, Cristian Loretelli, Federico Bertuzzi, Barbara Antonioli, Francesco Cardarelli, Basset El Essawy, Anna Solini, Ivan C. Gerling, Cristina Bianchi, Gabriella Becchi, Serena Mazzucchelli, Domenico Corradi, Gian Paolo Fadini, Diego Foschi, James F. Markmann, Emanuela Orsi, Jan Škrha Jr, Maria Gabriella Camboni, Reza Abdi, A. M. James Shapiro, Franco Folli, Johnny Ludvigsson, Stefano Del Prato, Gianvincenzo Zuccotti & Paolo Fiorina
The IGFBP3/TMEM219 pathway regulates beta cell homeostasis
Nature Communications volume 13, Article number: 684 (2022)

* Il prof. Paolo Fiorina, direttore del Centro di Ricerca Internazionale sul Diabete di Tipo 1 presso il Centro di Ricerca Pediatrico Invernizzi. Professore ordinario di Endocrinologia, Università Statale di Milano, Direttore UOS Diabetologia, Ospedali Fatebenefratelli-Sacco-Macedonio Melloni di Milano, Lecturer, Harvard Medical School, Boston, MA, USA
Associate Scientist, Boston Children’s Hospital, Boston, MA, USA

** La prof.ssa Francesca D’Addio, professore associato di Endocrinologia presso il Dipartimento di Scienze Biomediche e Cliniche L. Sacco. Ricercatrice d’eccellenza, da anni collabora con il prof. Paolo Fiorina presso il Centro di Ricerca Internazionale Romeo ed Enrica Invernizzi, che opera all’Ospedale Sacco. Il Centro nasce con diverse e ambiziose finalità:
– Identificare le cause genetiche e ambientali del diabete tipo 1
– Prevenire il diabete tipo 1
– Sviluppare nuove terapie di sostituzione cellulare
– Prevenire o ridurre le complicanze (in particolare si studiano l’enteropatia e la nefropatia)
– Applicare nuove tecnologie per la ricerca sul diabete tipo 1

 Centro di Ricerca Pediatrica Romeo ed Enrica Invernizzi

Ospedale “L. Sacco” – Padiglione 62, 1° piano – Via Giovanni Battista Grassi, 74, 20157 Milano
www.crcpediatrico.org – www.casadiabete.it

Il presente articolo e immagini sono di realizzazione e di  proprietà di diabete.com

28 Febbraio 2022 by Andrea Panigada 0 Comments

Pubblicazione HSPCs Curano il T1D

 

In questo articolo “PD-L1 genetic overexpression and pharmacological restoration in hematopoietic stem and progenitor cells cure autoimmune diabetes” pubblicato sulla nota rivista Science Translational Medicine (In press, August 2017), Ben Nasr Moufida et al. hanno scoperto un evidente difetto nel livello di espressione della molecola PD-L1 nelle HSPCs (hematopoietic stem and progenitor cells) in topi NOD e in individui con T1D.

Gli autori hanno dimostrato come trattando il difetto di PD-L1, geneticamente o mediante farmaci, vi e’ una regressione del T1D negli animali.

Questa nuova terapia potrebbe rappresentare una potenziale cura per il T1D nell’uomo. LO STUDIO Fino ad oggi gli studi clinici eseguiti per cercare di curare il diabete di tipo 1 (T1D) non hanno ottenuto i risultati sperati, soprattutto per la mancanza di una terapia mirata.

Recentemente e’ stato evidenziato come il trapianto di HSPCs possa offrire una speranza come cura per il T1D. Nel nostro studio abbiamo evidenziato come nel profilo trascrittomico delle HSPCs di topi NOD, il modello murino utilizzato per lo studio del T1D, ci fosse un difetto nella molecola PDL1.

Trattando questo difetto geneticamente o mediante farmaci, in modo da portare ad un recupero della funzionalita’ di PD-L1 nelle HSPCs dell’animale, abbiamo ottenuto in vitro un’inibizione della risposta autoimmune e in vivo una regressione del T1D in topi NOD iperglicemici.

Abbiamo trovato questo difetto di espressione di PD-L1 anche nelle HSPCs di pazienti con T1D e anche in questo caso mediante una terapia farmacologica in vitro abbiamo confermato un’inibizione della risposta autoimmune.

Questo nostro studio apre quindi nuovi scenari per la cura del T1D fornendo un target specifico su cui basare una possibile terapia. “

21 Febbraio 2022 by Andrea Panigada 0 Comments

Pubblicazione P2X7R and T Cell Fate

Il Prof. Paolo Fiorina  e la Dott.ssa Francesca D”Addio ci parlano della nuova malattia la HyperTh17,scoperta tramite i loro studi e la pubblicazione del nuovo progetto P2X7R and Tcells Fate.

L’HyperTh17, è una malattia che induce alla condizione di fragilità del sistema immunitario in soggetti portatori di una mutazione del recettore purinergico 7.

La scoperta è stata pubblicata sul Journal of Clinical Investigation ed è il frutto della collaborazione con il Boston Children’s Hospital e la Harvard Medical School.

I ricercatori hanno dimostrato per la prima volta il ruolo di questo recettore nel controllo dei linfociti T durante l’attivazione del sistema immunitario in condizioni di normalità, scoprendo come la sua mutazione, che interessa circa il 2% della popolazione, si associa ad una alterazione della sua funzione che conduce ad una malattia immunologica vera e propria finora sconosciuta.

La mutazione del recettore P2X7R blocca il processo che regola la risposta immunitaria dell’organismo agli agenti esterni, determina lo sviluppo di linfociti T dannosi portando ad uno stato di fragilità del sistema immunitario che può avere conseguenze importanti soprattutto per pazienti già a rischio come i trapiantati, nei quali può condurre a rigetto d’organo, o con malattie a patogenesi immunologica, come in diabete.

La mutazione di P2X7R era stata descritta ma il suo ruolo non era mai stato chiarito finora.

Come affermato dal Prof. Paolo Fiorina “Questa mutazione è presente nel 2% della popolazione generale e comprenderne l’importanza dal punto di vista clinico, assume una rilevanza per la nostra salute importantissima” afferma il Professor Paolo Fiorina, Professore Associato di Endocrinologia all’Università Statale di Milano e Direttore del Centro di Ricerca Internazionale sul Diabete di Tipo 1 presso il Centro di Ricerca Pediatrico Romeo ed Enrica Invernizzi “Abbiamo scoperto che i soggetti portatori della mutazione di P2X7R sono predisposti a sviluppare un’alterata risposta immunitaria grazie alla possibilità che abbiamo avuto di analizzare una coorte internazionale che comprende più di 600 pazienti trapiantati di cuore arruolati tra gli Stati Uniti e l’Italia”.

Analizzando in vitro le caratteristiche immunologiche dei linfociti T dei pazienti portatori della mutazione, i ricercatori hanno verificato una variazione della risposta immune verso lo sviluppo di linfociti T dannosi che nei pazienti trapiantati si associa all’insorgenza di numerosi eventi immunologici come rigetto acuto e cronico che a lungo termine portano alla perdita dell’organo trapiantato.

La Dott.ssa Francesca D”Addio asserisce che comprendere il malfunzionamento del recettore P2X7R mutato ci ha consentito di identificare un gruppo di individui che potrebbe essere colpito dalla HyperTh17 syndrome”, afferma la Dottoressa D’Addio, ricercatrice al Dipartimento di Scienze Biomediche e Cliniche “L. Sacco” dell’Università Statale di Milano e al Centro di Ricerca Pediatrico Romeo ed Enrica Invernizzi dell’Università di Milano.

Sarà necessario effettuare ulteriori studi per determinare la rilevanza della mutazione del recettore P2X7 nei soggetti diabetici e non trapiantati per capire l’associazione con lo sviluppo di eventi immunologici.

“Questo è un altro successo del Centro di Ricerca Pediatrica-Romeo ed Enrica Invernizzi che si aggiunge a quelli già recentemente presentati” commenta il Professor Gian Vincenzo Zuccotti, direttore del Centro. “Questo Centro nato da così poco ma che sta facendo così tanto in termini di ricerca deve diventare un punto di riferimento per la ricerca scientifica in Italia, un polo all’avanguardia anche per la scoperta e la diagnosi di nuove malattie”. continua il Professor Gian Vincenzo Zuccotti. “Senza la collaborazione tra l’Università di Milano e i Dipartimenti Clinici del Polo Ospedaliero Luigi Sacco questo sarebbe stato difficile, impossibile senza il sostegno fondamentale della Fondazione Romeo ed Enrica Invernizzi che ha permesso la costruzione di questo Centro e che ci motiva ogni giorno a lavorare per fare di più in questo campo”.

Per saperne di più visita la pagina del Prof. Paolo Fiorina e scopri le pubblicazioni del suo team.

3 Febbraio 2022 by Andrea Panigada 0 Comments

Diabete, scoperto meccanismo che porta alla morte cellulare le cellule pancreatiche che producono insulina

 

Un importante studio internazionale del Centro di Ricerca Pediatrica Romeo ed Enrica Invernizzi dell’Università Statale di Milano e dell’Ospedale Sacco di Milano in collaborazione con la Harvard Medical School identifica un meccanismo determinante nella perdita di beta cellule in corso di diabete. La scoperta apre la via a una opzione terapeutica di grande rilevanza clinica. Il lavoro è stato pubblicato sulla rivista Nature Communications

Milano, 3 febbraio 2022 – Una ricerca sviluppata dai ricercatori del Centro di Ricerca Clinica Pediatrica Romeo ed Enrica Invernizzi dell’Università Statale di Milano in collaborazione con altri centri tra cui l’Università di Pisa e la Harvard Medical School di Boston, con la prof.ssa Francesca D’Addio come primo autore, ha identificato un meccanismo determinante nella perdita di beta cellule in corso di diabete, scoprendo come disattivarlo farmacologicamente. I risultati del lavoro sono stati appena pubblicati sulla rivista internazionale Nature Communications, una delle più prestigiose in ambito di medicina sperimentale con applicazione clinica.

Gli scienziati hanno individuato quale fattore determinante per la morte delle cellule pancreatiche il malfunzionamento della interazione tra due recettori – asse IGFBP3 e TMEM219 – scoprendo che il blocco farmacologico dell’asse è in grado di proteggere le beta cellule pancreatiche dalla morte cellulare e di prevenire l’insorgenza di diabete in modelli murini.

Prof. Paolo Fiorina

Questo risultato è stato confermato dall’inibizione genetica selettiva di TMEM219 sulle beta cellule pancreatiche in vivo, che consente di preservare e proteggere la massa beta cellulare in corso di diabete.
IGFBP3 si comporta quindi come una “betatossina” la cui produzione aumenta nella malattia diabetica ed è responsabile in parte della perdita di cellule beta insulino-secernenti.

“Il nuovo asse che abbiamo individuato è in grado di controllare il destino delle cellule beta pancreatiche e modulare la loro sopravvivenza – afferma il prof. Paolo Fiorina, Professore Ordinario di Endocrinologia e Direttore del Centro di Ricerca Internazionale sul Diabete di Tipo 1 presso il Centro di Ricerca Pediatrico Romeo ed Enrica Invernizzi – Lo studio mostra come questo meccanismo attivato a livello del pancreas endocrino sia in grado di controllarne la funzione, soprattutto per quanto riguarda le cellule producenti insulina”.

“La presenza di un aumento di IGFBP3 in circolo in pazienti affetti da malattia diabetica suggerisce che questo fattore possa funzionare come una tossina per la cellula beta pancreatica in corso di diabete, che interagendo con il recettore espresso sulla superficie delle beta cellule TMEM219 ne determina la morte. Il malfunzionamento del segnale IGFBP3/TMEM219 porta quindi alla perdita di cellule beta che producono insulina e contribuisce quindi al danno beta cellulare che si sviluppa in corso di diabete. Infatti, l’inibizione genetica e farmacologica dell’asse in questione è in grado di preservare la massa beta cellulare, di prevenire l’apoptosi della beta cellula e l’insorgenza della malattia in vivo in modelli murini per lo studio della malattia diabetica. La possibilità di ristabilire il controllo dell’omeostasi beta cellulare e prevenire la perdita di beta cellule è di straordinaria importanza per i pazienti affetti da diabete, soprattutto coloro che soffrono di diabete di tipo 1 in cui la distruzione è massiva e rapida e costringe alla necessità di terapia con insulina” continua il prof. Fiorina.

“Il blocco del danno indotto dall’attivazione dell’asse IGFBP3/TMEM219 rappresenta un’opzione terapeutica di grande rilevanza clinica nel mondo diabetologico e che ha le sue basi nello sviluppo farmacologico di composti volti ad inibire l’azione tossica di IGFBP3 sulla massa beta cellulare” aggiunge la prof.ssa D’Addio, ricercatrice al Centro di Ricerca Internazionale sul Diabete di Tipo 1 presso il Centro di Ricerca Pediatrico Romeo ed Enrica Invernizzi presso il Dipartimento di Scienze Biomediche e Cliniche “L. Sacco”.

Commentando l’importanza dello studio, il prof. Emilio Clementi direttore del Dipartimento di Scienze Biomediche e Cliniche “L. Sacco”, a cui afferiscono gli autori aggiunge che “questo lavoro conferma l’interesse strategico nel campo delle malattie metaboliche del nostro Dipartimento e la capacità dei nostri ricercatori di lavorare sempre più con la prospettiva di una ricerca traslazionale”.

“Questo è un altro successo del Centro di Ricerca Pediatrica-Romeo ed Enrica Invernizzi che si aggiunge a quelli già recentemente presentati – commenta il prof. Gian Vincenzo Zuccotti, direttore del Centro – Questo Centro sta dimostrando in questi cinque anni tanto in termini di ricerca da poter diventare un punto di riferimento per la ricerca scientifica in Italia, un polo all’avanguardia per la cura del diabete di tipo 1”.

“Senza la collaborazione tra l’Università di Milano e i Dipartimenti Clinici del Polo Ospedaliero Luigi Sacco questo sarebbe stato difficile, impossibile senza il sostegno fondamentale della Fondazione Romeo ed Enrica Invernizzi che continua a sostenerci per fare sempre di più in questo campo”, continua il prof. Zuccotti.

Il prof. Paolo Fiorina conclude ringraziando la Fondazione Romeo ed Enrica Invernizzi per aver reso possibile la ricerca e per il continuo e straordinario supporto.